Il percorso, la visione e il linguaggio di uno dei principali interpreti della sessualità atipica, alla vigilia del suo ingresso in Atypica per BDSM Absolute.
Dicembre è un tempo di passaggio.
È il momento in cui si chiude un ciclo e, con la stessa naturalezza, se ne apre un altro. Un tempo che invita a fermarsi, a guardare ciò che è stato costruito, prima di dare forma a ciò che verrà.
È in questo spazio sospeso che BDSM Absolute ha scelto di aprire un nuovo capitolo del proprio percorso editoriale. A partire da gennaio, il magazine introdurrà Atypica, la rubrica mensile dedicata alla sessualità atipica e alla cultura del desiderio, pensata per affrontare il tema con profondità, linguaggio e responsabilità, lontano da semplificazioni e stereotipi.
Per curare Atypica, BDSM Absolute ha scelto di affidarsi a Davide La Greca. Una scelta che nasce da un percorso solido, da una visione costruita nel tempo e da un approccio che mette al centro il consenso, la sicurezza, la qualità della relazione e la sostenibilità delle dinamiche emotive e relazionali.
Prima dell’inizio ufficiale della rubrica, Davide La Greca ci concede questa conversazione ampia e articolata. Un’intervista che attraversa il suo percorso, il suo sguardo e il modo in cui legge oggi la sessualità atipica, senza anticipare i contenuti di Atypica, ma restituendone fin da ora il tono e l’orizzonte.

Lavori nell’ambito della sessualità atipica da più di trent’anni, dal 1990 per la precisione, e hai costruito un approccio che mette insieme tecnica, etica e relazione, con una particolare attenzione al consenso, alla sicurezza e alla responsabilità. Parlaci un po’ di te. Chi è Davide La Greca, al di là del professionista?
Ho sempre lavorato e vissuto osservando le persone, cercando di vederle per quello che sono realmente, per ciò che c’è dietro le mille maschere che indossiamo ogni giorno. È qualcosa che ho fatto in ogni ambito della mia vita, sia nei lavori più “ordinari” sia, soprattutto, nelle mie passioni.
Mi sono occupato di giochi di ruolo, di organizzazione di eventi, ho lavorato moltissimo nel terzo settore. In realtà ho sempre lavorato con le persone. Ho una curiosità infinita verso l’essere umano: verso i suoi desideri, le sue vulnerabilità, tutto ciò che vive dentro le persone.
Col tempo ho costruito una grande sensibilità e un’empatia profonda verso i bisogni degli altri. A un certo punto ho capito che la sessualità — tutta la sessualità — è uno degli spazi in cui queste dinamiche emergono con più forza. Spesso si pensa alla sessualità solo come a qualcosa di fisico, ma in realtà è uno spazio in cui le persone sono molto contenute, chiuse in gabbie invisibili. Ho visto tante persone liberarsi, e questo mi ha spinto a continuare su questa strada.
Da dove nasce il tuo legame con la sessualità atipica? C’è stato un momento in cui hai capito che questo universo sarebbe diventato la tua missione, il tuo linguaggio nel mondo?
È stato un processo graduale e molto libero. Ho capito abbastanza presto che il mio modo di vivere la sessualità non rientrava negli schemi comuni. Nelle mie prime relazioni mi venivano fatte richieste legate al mondo della dominazione e della sottomissione, in un periodo in cui non esisteva informazione, non esisteva comunicazione, non esisteva una cultura di riferimento.
Io avevo già letto molto, studiato testi e libri sull’argomento. Quando mi è stato chiesto di sperimentare, lo abbiamo fatto, ma sentendoci — almeno io — sbagliato. La mia attenzione alla sostenibilità della sessualità è nata quando ho capito che non ero sbagliato. Così come non ero sbagliato quando ho capito di non essere monogamo.
È stato un percorso lento, fatto di incontri, libri, errori, ascolto. Quando ho compreso che non si trattava solo di vivere liberamente la mia sessualità, ma anche di mostrare che è possibile viverla in modo sano, è diventata la mia strada. All’inizio solo con le corde: ho iniziato a insegnare shibari nel 2004. Poi ho capito che intorno alle corde c’era molto di più: relazioni, desideri, identità.
Nel tuo lavoro torni spesso sul tema della responsabilità. Non solo nel rapporto con le persone che si avvicinano alla sessualità atipica, ma anche nel dialogo con figure esterne al nostro mondo: psicologi, avvocati, talvolta persino le istituzioni. Quanto è importante, oggi, chiarire cosa il BDSM è — e cosa non è — anche fuori dalla scena?
È fondamentale. Io parto sempre da un principio molto semplice: il desiderio è sano, ma non sempre viene vissuto in modo sano. In quei casi il mio ruolo non è accompagnare, ma fermarmi e indirizzare la persona verso figure competenti, come psicologi o psichiatri. Non tutto passa da me, ed è giusto che sia così.
Nel tempo mi è capitato anche di collaborare con avvocati, e in alcuni casi di confrontarmi con contesti istituzionali, proprio perché esiste ancora molta confusione su cosa sia realmente il BDSM. A volte viene usato impropriamente come giustificazione per dinamiche che di consensuale non hanno nulla. Il mio lavoro, in quei casi, è smontare queste narrazioni: il BDSM ha regole chiare, confini espliciti, responsabilità precise.
Chiarire cosa non è il BDSM è importante tanto quanto raccontare cosa è. Perché solo distinguendo il consenso reale dall’abuso, la relazione dalla manipolazione, possiamo proteggere le persone e restituire dignità a questo linguaggio. La responsabilità, per me, è anche questo: sapere quando accompagnare e quando, invece, fare un passo indietro.
Nel tempo sei diventato istruttore certificato nello stile Yukimura, corretto?
Sì, nel 2015.
Lo stile Yukimura privilegia l’intenzione, la connessione emotiva, la delicatezza del gesto. In oltre trent’anni di ricerca, cosa ti ha spinto non solo a vivere certe dinamiche, ma anche a sentire la responsabilità di divulgarle e raccontarle?
La necessità di divulgare nasce dal vedere quanto faccia male nascondersi. Vivere desideri senza poterli esprimere è devastante. Io stesso ho vissuto il senso di colpa. Le prime volte che mi sono trovato a dominare qualcuno o a usare il dolore come strumento erotico, una parte di me lo viveva come qualcosa di sbagliato.
Poi ho capito che non era sbagliato se dall’altra parte c’era consenso, se era un desiderio condiviso. Da lì ho compreso che il problema non è il desiderio, ma il modo in cui viene gestito. Chi non riconosce i propri desideri rischia di viverli in modo distorto.
Ho visto troppe relazioni tossiche, troppe coppie in cui mancava comunicazione e responsabilità. È lì che ho capito quanto fosse importante dire alle persone: questa cosa può essere sana, se fatta bene. Ho visto persone cambiare profondamente quando hanno smesso di sentirsi sbagliate.
In trent’anni hai visto cambiare la percezione dell’atipico. Cosa è migliorato e cosa manca ancora davvero?
Trent’anni fa non esisteva una scena. L’unica fonte di informazione era la pornografia. Con l’arrivo di internet si è aperto il confronto, ma oggi la scena è più ampia e meno profonda.
C’è molta informazione, ma spesso superficiale. Il lavoro vero oggi è sull’educazione emotiva, sull’imparare a esplorare senza farsi male. Il rischio esiste sempre, perché le persone restano persone.

Dirigi la più grande scuola di shibari in Italia, con più sedi attive. Come si forma una persona capace di parlare di desiderio, potere, confini ed emozioni con competenza?
Serve esperienza personale, errori, studio serio. Le cose vanno provate sulla propria pelle. Io ho studiato shibari tutta la vita, viaggio ogni anno in Giappone, ho una formazione in sessuologia.
Ma soprattutto serve la capacità di non giudicare. Il giudizio è il nemico più grande in questo ambito.
Se dovessi rappresentare la sessualità atipica con un’immagine, quale sceglieresti?
Due mani aperte che non si toccano. Lo spazio in mezzo è tutto. In Giappone si chiama MA: lo spazio vivo dove avviene l’incontro, l’ascolto, la fiducia. Il momento più importante non è il contatto, ma quello prima.
Qual è il fraintendimento più grande che ancora oggi circonda il BDSM?
Che venga associato alla violenza. In realtà è l’opposto: è cura, ascolto, negoziazione. L’immaginario guarda il gesto, non il processo.
Da dove si comincia per sviluppare una vera consapevolezza del desiderio?
Da se stessi. Il desiderio è una conversazione interiore. Non tutto ciò che desideriamo va messo in atto, ma tutto va ascoltato. Il desiderio è sempre sano, il problema è come lo gestiamo.
Quando una persona arriva fragile o confusa, qual è il primo passo?
Farle capire che ciò che prova non è sbagliato. Con un’unica eccezione: quando il desiderio viene vissuto in modo disturbato, allora è necessario indirizzare verso figure cliniche. Non tutto passa da me, ed è giusto così.
Perché il consenso mette ancora così a disagio?
Perché ci obbliga a dichiararci e ad accettare il no. E accettare il no è una delle cose più difficili per questa società.
Come si riconosce una dinamica che rischia di diventare tossica?
Quando manca comunicazione. Quando c’è rigidità. Quando l’errore diventa colpa e controllo, invece che confronto.
Quanto contano i vissuti personali nel modo in cui ciascuno si avvicina alla sessualità atipica?
Moltissimo. La sessualità è figlia della nostra storia. Nell’atipico questo emerge di più perché si lavora in profondità.
Come cambia il tuo ruolo quando passi dalla pratica personale all’insegnamento?
Cambia molto. Insegnare significa trasformare un’esperienza intima in uno spazio condiviso. È un dialogo, non un’imposizione.
Il tuo approccio che unisce tecnica, etica e relazione è una costruzione consapevole o una sensibilità innata?
Entrambe. C’è una sensibilità personale e c’è un lavoro enorme di costruzione degli strumenti.
Cosa diresti a un giovane che si avvicina oggi alla sessualità atipica?
Prenditi tempo. Non avere fretta. Chiediti se ciò che desideri ti appartiene davvero o se è imitazione.
Cosa continua ancora oggi a sorprenderti dell’essere umano?
La capacità di aprirsi quando si sente al sicuro. La vulnerabilità è una forza enorme.
Che ruolo ha avuto la cultura giapponese nel tuo percorso?
Mi ha insegnato il valore del silenzio, del vuoto, dell’intenzione. L’erotismo come spazio, non come esposizione.
Cosa significa portare avanti l’eredità dello stile Yukimura?
È una responsabilità. Non è mio. Io lo porto avanti, come altri porteranno avanti me.
Qual è la sfida del futuro che senti come tua?
Continuare a crescere. Restare studente. Camminare con il cuore in avanti.
Questa intervista non chiude un discorso: lo apre. Da gennaio, BDSM Absolute affida a Davide La Greca la cura di Atypica, la rubrica dedicata alla sessualità atipica e alla cultura del desiderio. Non come spazio di definizioni, ma di approfondimento. Non come vetrina, ma come bussola. Dicembre, ancora una volta, come soglia. E il desiderio, finalmente, trattato con rispetto.




2 Risposte
Accettare il no, dovrebbe essere implcito in ogni domanda, e troppo spesso ancora non lo è.
Una verità che va oltre il solo mondo kinky. Bravo Davide.
Fortunatamente si comincia a parlare di tutta una serie di cose che fino adesso sono rimaste sotterranee e dietro a muri di gatekeeping, quando si cerca di percorrere una strada nuova, oltre allo studio, l’impegno e la volontà ci sono inevitabilmente anche degli errori, non bisogna farsi fermare ma imparare da questi e migliorare.